Iscriviti all’aperitivo 2.0 in Cascina Arzilla

Sabato 24 maggio, dopo l’ultimo incontro della formazione nuovi soci, ci sarà un aperitivo molto 2.0. Si tratta di un quiz sul tema delle mafie a cui giocare usando gli smartphone e i tablet. Il relatore, Zummone questa volta, affronterà il tema disseminando gli indizi necessari per rispondere correttamente ai vari quiz. Ci si trova alle 18 in Cascina Arzilla. Vi aspettiamo.

#afschrei: social network o social movement?

twitter_anfrang-aufschrei

 

 

I social network sono un mondo virtuale nel quale si replicano, spesso, le dinamiche della vita reale. Così, modalità di interazione più o meno violente, dibattiti, scambi di informazione forse più rapidi di una chiacchierata si moltiplicano sulle piattaforme più note e vengono rimbalzate alla velocità della luce. Il percorso classico che seguono le informazioni su internet va dai media comuni ai social network: generalmente giornali e tv riportano notizie su quanto accaduto nel mondo e queste vengono rimbalzate nella rete dagli utenti, più o meno interessati a leggere effettivamente il contenuto di ciò che sta negli articoli.

 

Ma non è sempre così: in Germania, tra il 25 ed il 28 gennaio dello scorso anno, si è verificato un fenomeno contrario. A partire da una conversazione tra gli utenti Anne Wizorek (@marthadear) and Nicole Horst (@vonhorst), è stato lanciato su Twitter l’hashtag #aufschrei (in italiano letteralmente #strillare). Il tema della discussione era il sessismo nei confronti delle donne. Dal momento in cui è stato lanciato, fino ai due giorni successivi, l’hashtag è stato utilizzato circa 58.000 volte, dieci volte al minuto. Molto rapidamente il fenomeno è dilagato, ed hanno iniziato a twittare ragazze che hanno subito violenze o discriminazioni, giovani interessati al tema, persone che linkavano vecchi articoli sul tema e così via. Il fenomeno è stato così dirompente che dal giorno seguente i media tradizionali hanno iniziato a riportare la notizia: dibattiti, servizi sul tema, si sono susseguiti dividendosi fra chi prestava attenzione al fenomeno #aufschrei e chi al tema del sessismo genericamente inteso.

 

La faccenda ha destato l’attenzione anche della comunità scientifica. In particolare due giovani sociologi tedeschi, Julia Wustmann e Paul Eisewicht hanno iniziato a studiare il fenomeno sotto la lente della sociologia della comunicazione, chiedendosi se l’#aufschrei potesse o meno considerarsi un movimento sociale ed avesse aperto una nuova frontiera per le battaglie sociali, ed hanno portato i risultati della loro ricerca al Convegno di Sociologia che si è tenuto a Torino a fine agosto.

Innanzitutto hanno studiato a fondo il tema: hanno classificato i tweet con l’hashtag #aufschrei, scoprendo che la percentuale di spam era stata relativamente alta ma che comunque la maggior parte dei tweet era a tema. Inoltre, hanno analizzato il fenomeno dei media tradizionali, cercando di capire come mai un fenomeno legato esclusivamente ad un social network sia stato ripreso in così larga scala, e la risposta risiede certamente nella consapevolezza della centralità del tema. Infine, si sono guardati intorno: politici e personaggi di spicco della vita pubblica tedesca hanno iniziato a rilasciare dichiarazioni sul tema del sessismo, pur non essendosene mai interessati in passato.

 

Dopo pochi giorni, però, il fenomeno su Twitter si è affievolito fino a scomparire. La conclusione di Wustmann e Eisewicht è che l’hashtag abbia avuto una tale rilevanza immediata da aver spento molto presto gli entusiasmi degli interessati, e come tutti i fenomeni mediatici è stato presto accantonato. Quindi non sembra aver avuto la rilevanza che si sperava nel momento del boom: di fatto, la rivolta di Twitter è stata contenuta in un arco di tempo troppo breve per poter diventare davvero un movimento di cambiamento, anche se sicuramente ha permesso alla Germania di porre più attenzione al tema.

Samsung presenta il Galaxy Gear, l’orologio “smart”

Mercoledì alle 19 in punto è andata in scena all’IFA di Berlino la presentazione delle ultime novità in ambito mobile di casa Samsung. I keynote di Steve Jobs hanno fatto scuola e ormai queste presentazioni sono dei veri e propri show con tanto di orchestra e proiezioni panoramiche. A introdurre il tutto questo strano figuro, che ci accompagna nella scoperta dei vari prodotti:

 

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Si comincia con il nuovo Galaxy Note III, aggiornamento del “megafonino” o “phablet” inventato proprio da Samsung due anni fa. Si tratta di uno smartphone con display da 5,7 pollici e risoluzione Full HD. La caratteristica principale è quella di poter usare un pennino attivo denominato “S Pen” che permettere di scrivere note a mano sullo schermo del telefono mantenendo una precisione di scrittura incredibile.

 

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Un’altra caratteristica è quella di avere 2,5 GB di memoria RAM (maggiore di quella presente nel pc su di cui sto scrivendo) che permette un multitasking estremo. Viene mostrato come ad esempio sia possibile tenere aperte in contemporanea due finestre di chat, così da poter comunicare con due amici allo stesso tempo. Al momento tale caratteristica funziona solamente con il servizio proprietario ChatON, ma immaginate la comodità di avere più finestre WhatsApp aperte allo stesso momento. I più navigati ricorderanno con nostalgia le decine di finestre aperte di MSN Messenger nell’epoca d’oro delle chat via PC.

 

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Si arriva ora al pezzo forte, da tempo anticipato: il Galaxy Gear, ovvero il primo orologio da polso “intelligente” di casa Samsung. Già negli anni passati erano usciti degli oggetti simili ma la principale caratteristica di questi smartwatch era quella di non essere tanto smart.

Quante volte ci è capitato di voler sapere l’ora e non avere a disposizione nient’altro oltre allo smartphone? Allora uno deve tirare fuori il telefono, spesso nascosto in borse o nei meandri dei nostri pantaloni, sbloccare lo schermo, guardare tutte le notifiche, e infine leggere l’ora e magari anche il giorno. Oppure, come succede più spesso, nella lettura delle notifiche ci si distrae completamente e ci si dimentica di guardare l’ora, rendendo necessario ripetere l’operazione due o tre volte prima di ottenere le informazioni volute. Bene, il Galaxy Gear sopperisce a tutto ciò, aggiungendo inoltre diverse funzioni. Si tratta in fondo di un mini smartphone da 800 Mhz (il doppio della potenza del primo iPhone per intenderci) strettamente connesso con lo smartphone principale (magari l’ultimo scintillante Note III) del quale rappresenta un’estensione a tutti gli effetti. Infatti il Galaxy Gear mostra le notifiche dei social network, le mail in arrivo, il meteo, l’ora, le ultime news…

Quello che veramente distingue il Galaxy Gear dagli altri smartwatch usciti in precedenza è la possibilità di fare chiamate telefoniche e rispondere (con un gesto abbastanza imbarazzante ma sicuramente al pari di indossare un paio di occhiali da cyborg o parlare nel vuoto attraverso gli auricolari bluetooth) e di fare le foto. Ebbene sì. Nel cinturino ipertecnologico è anche integrata una fotocamera che permette di fare foto e video in un nanosecondo, permettendo così di non perdere l’attimo a causa delle manovre per tirare fuori l’enorme smartphone dalle tasche.

 

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Come già detto si tratta di un mini smartphone su cui ovviamente è installata l’ultima versione di Android. In un momento in cui questo sistema operativo ha raggiunto ormai il 70 % del mercato italiano surclassando qualsiasi altro concorrente è interessante notare come i dispositivi su cui è possibile far girare Android siano sconfinati. Si va dagli smartphone, ai tablet, ai PC, alle interfacce dei computer di bordo delle automobili, alle macchine fotografiche, ai frigoriferi (ebbene sì), agli schermi informativi sugli autobus, alle televisioni e infine agli orologi.

Si è passati quindi da un epoca in cui esisteva un solo tipo di hardware abbastanza avanzato (il PC) su cui era possibile avere diversi sistemi operativi (generando così drammatiche incompatibilità) a un’epoca in cui il software è unico ma gli hardware sono molteplici. E’ meglio? Secondo noi sì.

I nostri dati nel web: Snapchat e l’autodistruzione

Per quanto rimangono su internet i contenuti che vi pubblichiamo? Di chi sono le foto che carichiamo su facebook? Chi può accedere ai miei dati personali nonostante la privacy se pubblicati su un social network?

Da quando è esploso l’utilizzo di social network, primi fra tutti Facebook e Twitter, c’è stata una incontrollata corsa alla pubblicazione di contenuti privati. Foto, frasi, commenti, dati personali sono entrati a far parte del mondo di internet, con tutti i problemi del caso. Se inizialmente la paura si è concentrata su cosa gli altri potrebbero pubblicare di noi (è noto il caso di matrimoni finiti per fotografie ambigue pubblicate in rete o di problemi sul posto di lavoro per il medesimo motivo), ormai è da qualche tempo che ci si interroga anche su se stessi: siamo sempre consapevoli di cosa significhi lasciare la proprietà delle nostre foto a Zuckerberg? Sappiamo come proteggere quello che pubblichiamo? La risposta, il più delle volte, è no. E quindi reagiamo cancellando migliaia di dati che abbiamo già inserito, ignorando che questa non è la risposta. I dati, su internet, non si cancellano con un semplice click.

Ecco perché ormai da qualche anno stanno nascendo nuove forme di condivisione online che autodistruggono i dati e le fotografie dopo pochi minuti. Il più noto tra questi, in Europa ancora poco usato ma negli USA entrato nella top ten delle app più utilizzate, è Snapchat. L’anno passato è stata la seconda app più scaricata negli Stati Uniti, la diciannovesima in assoluta, e conta, a dire del sito dedicato, cinquanta milioni di snapchat al giorno. Inventata nel 2011 da due studenti universitari, Evan Spiegel e Bobby Marphy, ha risposto ad un’esigenza impellente dell’utente medio di internet.

Come funziona? Il meccanismo è molto semplice. Invece di inviare solo un sms ad una persona le si invia una foto. Fin qui, niente di speciale: sono anni ormai che lo smartphone ha rivoluzionato la nostra interazione tecnologica. La novità sta nel fatto che le fotografie inviate tramite Snapchat si autodistruggono dopo un certo numero di secondi. L’idea è venuta ai due giovani universitari pensando alla confraternita della quale fanno parte: ecco perché per pubblicizzare la app hanno utilizzato prevalentemente ragazze ammiccanti. Il suo utilizzo infatti sembra essere principalmente volto allo scambio di foto compromettenti, e la pagina Facebook dell’azienda sembra confermarlo.

Snapchat non è l’unica forma intelligente di usare i social network: Reputation.com è un’azienda interamente dedicata alla vendita di servizi per la protezione e la privacy su internet, che permette di crittografare i dati o scegliere una scadenza per eliminarli totalmente, ad esempio da Facebook.

Insomma, se nella vita quotidiana l’obsolescenza programmata degli oggetti ci spaventa e ci spinge a cercare di mantenerli con il tempo, è chiaro che la domanda del web agisce in senso opposto. Quando ci fermiamo realmente a pensare che una fotografia di noi sedicenni potrebbe essere nelle mani del nostro datore di lavoro, del nostro futuro marito, o peggio ancora di YouTube, Facebook o Google, sentiamo l’esigenza di proteggerci, ed è per questo che il mercato inizia a venirci incontro. Snapchat è solo una delle tante app che verranno, apparentemente, per proteggerci.

Spotify e 0 rimpianti (Ok, Pezzali?)

Capita a volte che mia figlia mi chieda un’opinione su una certa canzone: il 90% delle volte abbozzo un ‘Eh…carino, sì’, il 9% delle volte dico “Apperò: bello”. Il restante 1% è riservato al ‘Non si può ascoltare, abbi pazienza’. Mi becco del pesantone ma è tutto normale: boyband, qualche sonora fetecchia, alcune ottime intuizioni e il resto verrà a furia di ascoltare musica. E’ stato così per tutti.

Per me era più difficile e a dirla tutta non rimpiango affatto i tempi in cui per ascoltare un disco (ho detto disco. Non cd) dovevo fare operazioni complesse che adesso hanno un sapore vagamente mitologico.

Mi è venuto in mente di scrivere qui e così mentre ascoltavo (mio malgrado) l’ultimo singolo di Max Pezzali per radio: malinconie varie, i bei tempi andati, gli anni delle compagnie numerose, come era bella lei che adesso è sposata (ovviamente con un suo amico, perchè la regola dell’amico eccetera eccetera).

Pezzali è probabilmente l’unico cantante che a 5 anni cantava con nostalgia di quando ne aveva 3.

Ma tant’è, mi sono seduto e ho ascoltato il pezzo che mia figlia voleva condividere con me, cercando nel mentre di comparare quello che stava facendo lei e quello che facevo io riguardo alla musica.

La premessa per questo gioco è semplice: ho ascoltato per radio questo pezzo di X, e vorrei ascoltarlo.

Lei:

  • Accende il portatile
  • Attende la connessione wi fi
  • Apre Spotify
  • Scrive nella barra di ricerca: X
  • Ascolta il pezzo

Poi, in subordine:

  • Lo inserisce in una sua playlist
  • Interroga Spotify su eventuali altri brani che potrebbero essere affini allo stile di X
  • Guarda le playlist dei suoi amici o di altri milioni di persone che hanno playlist con pezzi di X o di chi per lui.
Tutto questo, gratis.

Io:

  • Mentre sento il pezzo alla radio mi scapicollo in cerca di un foglio e di una penna per segnarmi titolo e artista.
  • Cerco di chiamare una radio per fare andare di nuovo il pezzo e magari dedicarlo all’amichetta di turno, ma non ci riesco mai perchè la linea è sempre occupata [c@zz0!]
  • Chiedo il permesso di uscire per prendere un pullman e andare in centro, da Ricordi, da Maschio o meglio ancora da Rock and Folk. Se è giorno. Se no, ciccia: se ne parla il giorno dopo.
  • Entro nel negozio e inizio a pregare alcuni Dei dell’antichità perchè il disco non sia esaurito.
  • Il disco c’è: sgancio un cinque (mila. Lire) se è un 45 giri. Quattordici (mila. Lire) se è un 33.  Se il disco non c’è, ciccia come sopra.
  • Torno a casa, e nel caso sia un album prego altri Dei antichi che X abbia fatto tutti pezzi buoni come il singolo che ho sentito per radio. (E’ accaduto assai raramente).

Quindi per cosa dovrei provare malinconia?

“Papà, ti è piaciuto allora?”

“Un sacco. Me lo fai riascoltare?”

Click.

 

P.S. Ma vuoi mettere la profondità del suono del vinile, e vuoi mettere la bellezza delle copertine del disco, e vuoi mettere le code davanti a Rock and Folk per l’uscita di quell’album, e i negozietti indipendenti e blablablablablablabla……….

P.P.S: Naturalmente per saperne di più: www.spotify.com

Le migliori alternative a Google Reader

 

Se siete nel panico a causa della notizia dell’imminente chiusura di Google Reader (celebre servizio di aggregazione delle notizie di cui abbiamo parlato tempo fa) è tempo di attrezzarsi per superare lo shock: l’equipe del PML, ribadendo l’importanza degli RSS e del significato che possono ancora avere nel mondo dell’informazione moderno, ha testato per voi tre possibili alternative a Google Reader.

Pulse (www.pulse.me)

Pulse nasce come applicazione per tablet e deve il suo successo al fatto che lo stesso Steve Jobs la citava fra le proprie app preferite. Dato il grande successo ottenuto Pulse è ora un servizio a tutto tondo che comprende applicazioni per smartphone, tablet e una comoda interfaccia web per coloro che sono ancora “vecchia scuola”.

La caratteristica principale di Pulse è la visualizzazione delle notizie a “riquadri” e la possibilità di salvare le notizie per leggerle in un secondo momento. Inoltre è possibile connettere i nostri account di social network e l’applicazione recupererà automaticamente tutte le notizie pubblicate dai nostri contatti.

Feedly (www.feedly.com)

Feedly deve il suo successo al fatto che è stato il primo servizio a promettere di “assistere” gli utenti di Google Reader in uscita, infatti il numero dei suoi iscritti ha registrato un aumento incredibile dopo l’annuncio della chiusura del servizio del gigante di Mountain View. La transizione infatti è molto comoda in quanto in fase di registrazione al sito viene chiesto esplicitamente se si desidera importare tutte le sottoscrizioni presenti in Reader.

Tra i pro di Feedly c’è sicuramente la presenza del servizio su tutte le piattaforme possibili compresa l’estensione per alcuni browser web.

The Old Reader (www.theoldreader.com)

Come si intuisce dal nome, questo è un servizio che consigliamo solo ai “duri e puri” di Google Reader in quanto cerca di replicare l’interfaccia utente dell’applicazione originale, apprezzata per essere razionale e senza fronzoli. Il processo di transizione è un po’ meno intuitivo rispetto a Feedly e a Pulse ma una volta completata l’importazione delle sottoscrizioni sembrerà di essere tornati al 2004, l’età dell’oro degli RSS.

 

Se queste tre alternative non vi convincono ancora allora vi consigliamo di visitare il sito www.replacereader.com che contiene una classifica dei vari servizi aggiornata in tempo reale in base all’apprezzamento degli utenti.

The Waldo Moment

Articolo di Eros Chiampi

 

“Ma vai a farti fottere. Sei uno scherzo. Sembro più umano io di te…e io sono un orso finto col cazzo color turchese. E tu cosa sei? Se solo una mentalità vecchia con una pettinatura nuova. Dai per scontato di essermi superiore perchè io non ti prendo sul serio. Nessuno vi prende sul serio, ecco perchè non vota nessuno. [...] Siete solo apparenza, subdoli e fasulli, in questo, siete tutti uguali.”

 

Jamie Salter è un comico con precedenti professionali fallimentari fino alla realizzazione del suo ultimo personaggio: Waldo, un cartone animato con le sembianze di un orsetto blu doppiato dal protagonista che intervista politici e altre autorità utilizzando una satira pungente e spesso volgare che sorprende gli intervistati convinti di partecipare a un programma rivolto ai bambini. Nonostante l’enorme successo Jamie è il classico protagonista delle storie di Black Mirror, un personaggio profondamente insoddisfatto e alienato, sempre “fuori posto” nella società in cui vive, la stessa causa del suo successo, Waldo, è motivo frustrazione, trattandosi di un personaggio in cui Jamie non si riconose. Dopo essere stati querelati dal candidato Conervatore di Stentonford, Liam Monroe, il produttore del format, Jack Napier, propone di candidare Waldo alle elezioni in modo da aumentare gli ascolti e dare più spazio al provocante orsetto nei dibattiti televisivi. Il tutto si complica con l’immancabile storia sentimentale che interesserà Jamie e la candidata del partito laburista Gwendolyn Harris, sua rivale alle elezioni. Con stupore degli stessi produttori e del protagonista, Waldo acquista un consenso popolare molto ampio nonostante la mancanza di un programma politico realizzabile e la povertà dei contenuti, il format televisivo e l’antagonismo eccessivo e volgare nei confronti degli altri politici sembrano essere armi efficaci e vincenti durante la campagna elettorale.

 

I riferimenti in The Waldo Moment si sprecano, basti pensare che uno dei tormentoni che garantiscono successo a Waldo sono gli immancabili “Vaffa” in diretta televisiva. Il fenomeno diventa virale grazie alle apparizioni televisive e la presenza costante sul web, fino alla realizzazione di un app di Waldo per smartphone che ringrazia e sblocca contenuti se si passa vicino a un seggio elettorale. L’orsetto viene definito “il perfetto burattino politico”, si candida, ma non è un politico, parola che in molte persone crea diffidenza a priori, Waldo non è reale, non è un politico, quindi i difetti che ne derivano non hanno lo stesso impatto sull’opinione pubblica.

“Waldo è un’astrazione che le persone non solo accettano, ma vogliono veder realizzata. Ora come ora batte sul chiodo dell’antipolitica, che a suo modo è comunque una scelta politica, no? Però potrebbe veicolare contenuti politici di ogni tipo, senza le imperfezioni di un essere umano in carne e ossa.”

Questo episodio di Black Mirror, per la sua forte connotazione politica, è stato ampiamente commentato da emittenti diverse testate come Sky, Wired e La Stampa.

 

Vi Consigliamo vivamente la visione dell’episodio (e dell’intera serie ovviamente) anche se non siete sostenitori del pessimismo antropologico che Charlie Brooker (l’ideatore delle storie) non smette di sottolineare in ogni  finale.

4.667

Vogliamo sottolineare una notizia passata abbastanza in sordina, subito dopo che i riflettori sull’elezione del Presidente della Repubblica si sono spenti. Si tratta delle pubblicazione sul sito di Beppe Grillo dei dati sull’affluenza alle Quirinarie: 28.292 votanti totali, 4.667 preferenze per Rodotà, che in dati relativi significa: lo 0,06% degli aventi diritto di voto in Italia ha preso parte alle Quirinarie, mentre lo 0,01% ha espresso una preferenza per quello che poi in quei giorni è diventato il candidato del M5S. Si tratta di un flop, insomma, per un movimento che aspira al 100% del parlamento e propone come frame della propria narrazione di sé la democrazia digitale diretta. Eppure l’operazione comunicativa Rodotà è riuscita alla perfezione. Il Movimento 5 Stelle, pubblicando i dati soltanto dopo le elezioni, è riuscito da un lato a fornire ai suoi parlamentari un’argomentazione di ferro, noi incarniamo la volontà popolare, dall’altro a scatenare un battage mediatico sui social network che ha permesso di proporre una narrazione alternativa agli antipodi con ciò che è successo realmente. I M5S hanno creato l’immagine di un palazzo accerchiato dal popolo. L’operazione, trasposta dai nuovi ai vecchi media, ricorda la vicenda di un famoso politico italiano che qualche tempo fa in una foto aveva raddoppiato la folla presente a un suo comizio per riempire la piazza o, più recentemente in occasione delle ultime elezioni, il riuso su Twitter dell’immagine di una piazza piena per Pisapia

Niente di nuovo, niente di grave, a parte il fatto che, come in altri casi, il mito della democrazia digitale è solo la confezione di una riuscitissima strategia di marketing politico, attraverso la quale si è riusciti a trasformare Rodotà da candidato di una minoranza a espressione della volontà popolare. Il medium non è sempre il messaggio. Dietro a quelle che vengono presentate come novità si nascondono dei modi tradizionali e collaudati di fare campagna elettorale vecchio stile.

Non si gamifica col cibo

 

Se siete nel panico a causa della notizia dell’imminente chiusura di Google Reader (celebre servizio di aggregazione delle notizie di cui abbiamo parlato tempo fa) è tempo di attrezzarsi per superare lo shock: l’equipe del PML, ribadendo l’importanza degli RSS e del significato che possono ancora avere nel mondo dell’informazione moderno, ha testato per voi tre possibili alternative a Google Reader.

Pulse (www.pulse.me)

Pulse nasce come applicazione per tablet e deve il suo successo al fatto che lo stesso Steve Jobs la citava fra le proprie app preferite. Dato il grande successo ottenuto Pulse è ora un servizio a tutto tondo che comprende applicazioni per smartphone, tablet e una comoda interfaccia web per coloro che sono ancora “vecchia scuola”.

La caratteristica principale di Pulse è la visualizzazione delle notizie a “riquadri” e la possibilità di salvare le notizie per leggerle in un secondo momento. Inoltre è possibile connettere i nostri account di social network e l’applicazione recupererà automaticamente tutte le notizie pubblicate dai nostri contatti.

Feedly (www.feedly.com)

Feedly deve il suo successo al fatto che è stato il primo servizio a promettere di “assistere” gli utenti di Google Reader in uscita, infatti il numero dei suoi iscritti ha registrato un aumento incredibile dopo l’annuncio della chiusura del servizio del gigante di Mountain View. La transizione infatti è molto comoda in quanto in fase di registrazione al sito viene chiesto esplicitamente se si desidera importare tutte le sottoscrizioni presenti in Reader.

Tra i pro di Feedly c’è sicuramente la presenza del servizio su tutte le piattaforme possibili compresa l’estensione per alcuni browser web.

The Old Reader (www.theoldreader.com)

Come si intuisce dal nome, questo è un servizio che consigliamo solo ai “duri e puri” di Google Reader in quanto cerca di replicare l’interfaccia utente dell’applicazione originale, apprezzata per essere razionale e senza fronzoli. Il processo di transizione è un po’ meno intuitivo rispetto a Feedly e a Pulse ma una volta completata l’importazione delle sottoscrizioni sembrerà di essere tornati al 2004, l’età dell’oro degli RSS.

 

Se queste tre alternative non vi convincono ancora allora vi consigliamo di visitare il sito www.replacereader.com che contiene una classifica dei vari servizi aggiornata in tempo reale in base all’apprezzamento degli utenti.

Non chiudete Reader

 

Esiste un’applicazione di Google di cui pochi sono a conoscenza: Google Reader. Questa applicazione, ha annunciato Google, verrà chiusa il primo luglio dell’anno in corso.

 

Perché parlarne, dunque, se in pochi la utilizzano e in breve scomparirà?

I motivi sono numerosi, ma partiamo da quelli basilari. Google Reader è un’applicazione per aggregare Feed, utilizzata in particolare dagli addetti ai lavori, ovvero in effetti una bassa percentuale della popolazione. In pratica, tramite tale applicazione, è possibile tenere sempre aperta una pagina che aggrega le informazioni e le notizie che ci interessa tenere sotto controllo senza dover di volta in volta effettuare la ricerca. Qualunque sito o blog che su internet utilizzi gli RSS (Really simply sindication), ovvero una tipologia di formato per la distribuzione di contenuti in Rete, può essere aggregato nelle notizie di Reader.

 

La faccenda sembra complessa ma non lo è, ed ha soprattutto un grande vantaggio: in molti Paesi dove è attiva una censura per i contenuti web, Reader aggira la censura perché gli RSS non sono bloccati.

All’annuncio della chiusura di Reader, dunque, non sono stati soltanto i fanatici dell’applicazione a reagire, ma anche e soprattutto giovani giornalisti o blogger dei Paesi in questione: dall’India e dalla Cina su Twitter i messaggi disperati di chi pensa di perdere la sua possibilità di restare a contatto con il mondo si sono moltiplicati fino a diventare un grido disperato di aiuto. In quello che è stato definito dagli utenti “a sad day”, il popolo di Internet non si capacita per la scelta dell’azienda, ed avvia una petizione contro la chiusura nella quale spopolano i messaggi sul tema della libertà del web. Oltre il 2% dei firmatari della petizione, scrive Il Fatto Quotidiano, provengono infatti da Paesi definiti “nemici di Internet”.

Naturalmente, la questione non è tecnica: Google non chiude Reader perché non funziona, ma perché non rende. Già da tempo la compagnia aveva effettuato delle modifiche all’applicazione inserendo un tasto legato a Google +, mostrando così il suo interesse principale in questo momento. L’azienda è infatti ora concentrata sul progetto Google +.

 

Molti si consolano pensando che Twitter sostituirà gli RSS, ma non è così. Sul giornale online The Verge, Dieter Bohn scrive: “Twitter è in tempo reale, RSS è in differita”. Questa è solo una delle sue considerazioni sulle differenze tra le due applicazioni. Twitter, inoltre, è un luogo di rimbalzo di notizie dove chiunque scrive, e come tale contiene notizie di ogni genere, anche false e stupide. Gli RSS funzionano, come abbiamo visto, in altro modo: di fatto sono nuove pagine web con gli aggregati di notizie provenienti da altri siti. L’articolo conclude sulla questione della libertà del web: “uccidere Google Reader non è come uccidere l’open web, ma questo non è qualcosa che dobbiamo prendere per scontato. Dobbiamo combattere per questo, e dobbiamo continuare a combattere per gli RSS per continuare ad essere parte di ciò.