articolo di Davide Ziveri
Leggo sul theguardian.co.uk ( http://www.guardian.co.uk/technology/2011/jan/25/net-activism-delusion ) l’analisi della critica di Morozov alla cyberutopia. Mi chiedo anzitutto dove altro, se non sulla rete, potesse avvenire questo scambio di opinioni. Di certo, se fosse vero ciò che Cory Doctorow lascia presupporre, e se ci trovassimo ai tempi delle avanguardie, Morozov sarebbe stato un intellettuale le cui aspre affermazioni sarebbero apparse sulla stampa specialistica. E un cittadino medio come me avrebbe potuto discuterne in un’osteria, invece di postare queste note a margine. Sebbene mi manchi il sapore di un buon sorso di vino, poter ridiscutere online ha un suo fascino. In ogni caso questo è il presente che abbiamo. Se cercassi ora un’osteria all’angolo non troverei menti agguerrite pronte ad un vigoroso confronto, più o meno scherzoso, come mi immagino le bettole del passato nella mia città, ma una catena in franchising con musichette pop a palla. Non sempre insomma puoi scegliere il campo di battaglia. Dovremmo dunque abbandonare ad onore del dubbio la rete ai suoi padroni o a chi si proclama portavoce della critica stessa?
Forse a qualcuno fa più paura la parola utopia che il fatto che la si disegni (ma, si badi bene, non si costruisca) online. L’utopia non è il punto di arrivo delle masse ideologizzate, ma l’assioma base di un’ideologia che a partire dal mondo che sarà, dal migliore dei mondi possibili, dalla terra promessa, costruisce il proprio potere e leggittima le pratiche di controllo. Allora il dialogo frattale in rete permette all’utopia di emergere come desiderio liberato dall’ideologia. Il mondo diverso e possibile degli slogan del WSF (che in questi giorni si ritrova in Brasile) diviene realtà digitale costruita dai liberi post di ogni partecipante. I discorsi collettivi sono sempre stati, da quando è emerso il soggetto massa, alla mercè delle interpretazioni di un leader proclamato dalle elites, ma portavoce dei popoli. Contraddizione apparente e astuta per far digerire il controllo come forma di espressione di una fantomatica volontà comune. Per la prima volta “la voce del popolo” è frutto di dinamiche fuori dal diretto controllo, sebbene non neutre, delle classiche istituzioni di senso (Chiesa, partiti o partito unico, il dittatore di turno, ecc.). L’utopia è sì frutto del suo momento storico (i sogni in fondo rielaborano ciò che accade di giorno), e se concordiamo nel definire l’attualità come crisi (a causa) del capitalismo, allora persino l’utopia è contaminata dal presente, ma per la prima volta è davvero collettiva e aperta. È la logica Wiki. Il prefisso cyber- pone l’accento sulla dinamica di interazione uomo/macchina: piace di più il prefisso net- che dice qualcosa sulle modalità di organizzazione in rete, ma non sull’epistemologia, su come il discorso si organizza, emerge e si legittima. La dinamica della partecipazione, al netto dei limiti del digital divide, è la variabile indipendente. Piuttosto che parlare di cyberutopia dovremmo allora dire wikiutopia!
Freniamo gli entusiasmi. Morozov ha ragione, non sarà il mondo di Candido, ma non è il caso di fare del sarcasmo: è dai tempi di Foucault che sappiamo come il potere agisca ovunque in modo produttivo. Non celebriamo dunque quanto ci viene offerto, come si trattasse di una concessione, brillante come solo i prodotti e servizi hi-tech sanno essere, della tecnologia ipercapitalista. Come se il potere ci dicesse: “andate lì a protestare”, nel parco giochi dei dissidenti dove comprare le magliette made in China con l’effige del Che.
Contro questo pericolo il sano scetticismo non basta. A questo punto entra in scena la funzione hacker che svela (Wikileaks) o stravolge (Anonymous) la grammatica del potere. Mentre la funzione hacker apre brecce verso nuovi territori, spostando la linea rossa, passando a un altro livello (come accade al protagonista di Inception), l’attivismo 2.0 presidia e resiste.
È quindi intellettualmente onesto e utile passare in rassegna i nodi critici giustamente sollevati da Morozov, come fa Cory Doctorow nel suo post, dove però si chiede quale sia l’alternativa alla sperimentazione, a volte sicuramente fallace, di abitare la rete come spazio di lotta.
La speranza di Cory che il clickattivismo inciti le persone a impegnarsi sempre di più, la logica insomma del piede-nella-porta, quella usata da venditori, missionari e spacciatori, è però un’argomentazione idealista e debole. Due putrelle rinforzerebbero questo ariete: rendere la frontiera tra on- e off-line sempre più permeabile (questa è la mia visione di augmented reality) e aprire un serio dibattito sul “come” le persone possono usare la loro riserva di impegno (se vogliamo accettare una visione meccanicista e non una romantica della persona disposta a impegnarsi per una causa ritenuta giusta, dimenticando il valore dell’epofania rivoluzionaria).
Cory, rivendicando la sua esperienza di militanza, prima accetta di tenere conto dei pericoli sottolineati da Morozov, se questo è utile ai movimenti per cercare antidoti alla censura e alle dinamiche di potere ai tempi del Web, facendo di questo strumento un’arma per la liberazione. Poi, alla fine del suo interessante post, va oltre accennando a un valore aggiunto che ha il classico sit-in rispetto a un DDoS e appella a una roadmap per il futuro del net-activism, ma non dice quali punti debbano essere inclusi in questa riflessione strategica. Ebbene occorre ripeterlo: il sapere nonviolento (per l’accento che mette sul coraggio, sull’azione, sulla presenza, sull’uso del corpo, sulla persuasione, sul valore del simbolico, sul rispetto del diritto alla vita, sulla semplicità e sulla sostenibilità) rappresenta l’upgrade necessario per fare dell’attivismo nella società rete un vero motore di trasformazione sociale, per spingerci a scegliere di abitare cosicentemente il conflitto tra critica e tecnofilia, tra off- e on-line: Occupy the web!

